Points of view

#WINDOW – Hammershøi & Copenhagen

02.01.2018 | By Marco Mazzoni

Ho sempre avuto, e ho ancora, difficoltà a gestire Milano nelle medie distanze.

Quando dico medie distanze intendo quei percorsi in cui il punto di partenza e il punto di arrivo distano una mezz’ora sia a piedi che con i mezzi (tra attendere, salire e scendere da un tram o una metro mezz’ora passa comunque).

Essendo cresciuto in un paese in cui il bus passava due volte al giorno e conduceva esclusivamente in città, sono abituato a camminare a lungo e a percorrere tratti di strada che a volte possono snodarsi per chilometri.

Questo modo pedestre di vivere la città ad altezza uomo mi permette di osservare Milano anche attraverso le finestre delle abitazioni e degli uffici: per un secondo posso entrare con lo sguardo negli interni altrui, farmi accompagnare dai loro piccoli gesti quotidiani mentre percorro la strada che mi porta ad un appuntamento.

La finestra è sicuramente un simbolo fondamentale per l’arte perchè è la rappresentazione del punto di contatto tra il dentro e il fuori, tra quello che accade nell’intimità e quello che è il mondo “altro”: esterno da sè.

Nel 2011 ebbi la prima mostra personale a Copenhagen e fu allora che mi imbattei nell’opera di Vilhelm Hammershøi.

Artista forse poco conosciuto in Italia, Hammershøi è un pittore danese che visse tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, e che ha influito molto sul mio modo di vedere le cose: è stato capace come pochi altri di rappresentare la dimensione più domestica della vita di tutti i giorni.

Se nell’opera di Edward Hopper, artista americano contemporaneo ma ben più noto di Hammershøi, la routine dell’uomo medio è dipinta in maniera severa e spinge lo spettatore a formulare un giudizio morale sul soggetto del dipinto in questione, nei quadri di Hammershøi la quotidianità è rappresentata (a mio parere) con più rispetto, assumendo una connotazione meno voyeuristica ma più referenziale.

Nelle sue opere, raffiguranti quasi sempre interni di abitazioni con donne dedite a leggere o a compiere gesti quotidiani come cucire o apparecchiare,  la finestra è il veicolo della luce: illumina la scena e l’essere umano in essa. La finestra enfatizza quel delicato senso di claustrofobia suscitato dalla casa, quell’intimità sottolineata da un fuori che proietta il riflesso delle strade e del sole: il mondo esiste ed è presente, ma il soggetto si trova protetto in uno spazio chiuso e senza tempo dove l’esistenza sembra congelata e scandita da movimenti ripetuti.

A Milano le case sono schermate dalle tende, tra il dentro e il fuori c’è una barriera di tessuto che ostacola lo sguardo, ma gli uffici milanesi sono esposti alla vista di tutti e, come in Hammershøi, anche le persone dentro gli uffici si ritrovano a compiere quei piccoli gesti quotidiani necessari a fare passare le ore, aspettando la fine della giornata e guardando fuori, in attesa che qualcosa accada.