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Venezia. Biennale di Architettura 2018. Non tutte le ciambelle riescono col buco

06.08.2018

Shelley McNamara e Yvonne Farrel; insieme sono conosciute come Grafton Architects. Irlandesi, sono le curatrici della 16esima Biennale Architettura, di cui hanno partorito il manifesto e la keyword che hanno guidato il tutto: Freespace.  I risultati, però, fanno storcere la bocca a più d’un visitatore

Partiamo da una certezza: per essere bravi curatori di una mostra di architettura bisogna per forza di cose essere, o essere stati, dei fenomenali o visionari architetti.
Yvonne Farrel e Shelley McNamara, le curatrici di questa Biennale di Architettura di Venezia 2018, professionalmente riunite sotto il nome di Grafton, non sono mai sembrate né fenomenali né visionarie.
Il loro progetto per l’ampiamento dell’Università Bocconi è uno di quei progetti urbani di cui la città di Milano poteva tranquillamente fare a meno. L’inutile e imponente voluminosità dell’architettura, l’arrogante decisione di non esibire finestre ad alleggerire questi colossi di pietra, e la pretesa di conoscere a memoria il difficile e discreto alfabeto architettonico milanese, non hanno di certo reso questo progetto un “must” meneghino.
Ecco perché, quando i nomi di Yvonne Farrel e Shelley McNamara sono stati associati al titolo di questa Biennale d’Architettura 2018, Freespace, in molti hanno tremato. E non di gioia.

Quindi, di cosa si parla, a Venezia, quest’anno?
Le due curatrici, nelle varie conferenze stampa, dicono cose del tipo “generosità”, “umanità”, “l’importanza del contesto globale”, “l’enorme componente culturale dell’architettura”, “le cyber-comunicazioni”, “preferiamo un’idea di apertura piuttosto che di chiusura”, “l’architettura provoca una reazione fisica nelle persone”, “la vita di oggi tende a farti dimenticare che sei un essere umano”, “l’università è un luogo in cui puoi avere molte idee, ma non è reale”.
Tutto trito e ritrito. Concetti che sanno di stantìo. Aria di vecchio.
La fiera del “Già Detto&Già Ascoltato”.
Freespace diventa così, in un attimo, Luogo Comune.
E la calma regna, piatta. Come nelle architetture del duo irlandese, così in questa Biennale d’Architettura: mai un momento inatteso, sorprendente, scardinatore.
Mai quell’attimo che “spariglia il mazzo” per puntare altrove, più in alto, provocando.

Tutti hanno fatto il loro “compitino”, tutti sono stati “ligi studenti”, tutti hanno meritato “la sufficienza”. Ma a una Biennale d’Architettura, qui, a Venezia, fra questi potenti e continui rimandi storici, occorre ben altro, per lasciare anche solo un debole segno.
Non a caso, forse, l’oggetto che più viene indicato come segno&simbolo di questa Biennale, sono le “panchine”, presenti, ovunque.
Si tratta proprio di una Biennale “seduta”, come recita amaramente qualcuno.
Freespace: la missione sembra fallita, a ‘sto giro.
Freespace, dicono Yvonne e Shelley;
Space is the Place, diceva il visionario poeta-musico-mistico SunRa*.
Chi avrà ragione, fra loro?

*SunRa: “Mi piacciono tutti i suoni che sconvolgono le persone, perché sono troppo soddisfatte di sé, ed esistono suoni che le sconvolgono davvero; c’è davvero bisogno di sconvolgerle e renderle meno soddisfatte, perché il nostro è un mondo terribile: forse a quel punto si daranno da fare!”