Points of view

#EVOLUTION – Milano: quando un museo cambia un quartiere. In meglio?

07.03.2018 | By Marco Mazzoni

La riqualificazione è evoluzione.
In dieci anni il mio quartiere è passato dall’essere il tipico vecchio quartiere operaio al diventare una zona centrale per la cultura contemporanea, il tutto grazie a un museo.
Ho potuto osservare la continua evoluzione di questa zona perché ci vivo da 12 anni e perché il mio canone d’affitto è rimasto miracolosamente invariato.

All’età di 22 anni (e grazie ad una referenza che garantiva per me) mi sono innamorato di questo palazzo per la magnolia che cresceva nel giardino interno, e che svettava al centro del cortile fregandosene totalmente di quanto spazio stava occupando, nonché per gli appartamenti a ringhiera che facevano in modo che il passaggio campagna/metropoli fosse per me meno traumatico (ho sempre avuto paura dei corridoi: nei film thriller i peggiori omicidi si verificano nelle zone comuni dei condomini, quindi meglio essere in vista).
I miei nuovi vicini erano soprattutto anziani, ex operai che avevano lavorato una vita nelle fabbriche ormai chiuse della zona e che trascorrevano gli anni della pensione a chiacchierare e a fare la spesa nel supermercatino di quartiere che ha poca scelta per i prodotti, ma si prende cura del singolo cliente facendolo sentire più tranquillo e meno alieno.

In questo ambiente mi sono sentito subito accolto, anche perché, dopo il trasloco, ho provveduto a suonare il campanello di ogni appartamento dello stabile per presentarmi: non davo per scontato che un ragazzo con i capelli lunghi, la barbetta e abiti poco eleganti fosse accettato senza difficoltà.
Avevo il problema del mestiere: la gente pensava che essere un disegnatore significasse in soldoni essere un mantenuto. A questo non davo peso perché in qualche modo mi sentivo a casa. La distanza quantificata in fermate della metropolitana che separa questa zona dal centro è breve ( quattro fermate per arrivare in duomo), ma, quando mi trasferii, mi parve di respirare l’aria di un’altra città: un vero e proprio quartiere.

Tutto era a disposizione nel giro di pochi passi: la cartoleria per il materiale da disegno, il supermercato (quello sopracitato), le pizzerie, i bar, la farmacia e anche qualche negozio dove si riparavano gli elettrodomestici, miracolosamente superstite.
Per strada si vedevano signore anziane vestite eleganti con borsette e borse della spesa che passeggiavano in gruppo, perché uscire a fare compere era un vero e proprio momento sociale per fare due parole e qualche pettegolezzo tra amiche.
Si respirava l’aria della vecchia Milano anche perché al tempo quella non era per nulla una zona studentesca ed era un caso che un ragazzo come me, che viveva per la prima volta lontano dalla casa materna, scegliesse di abitare li.
Poi ad un certo punto, nelle immediate vicinanze, fu acquistato da privati un intero isolato che fino a qualche anno prima era adibito a zona industriale: fu così che giunse la notizia che un importante museo di arte contemporanea avrebbe aperto i battenti proprio li.

Non accadde nulla per i primi tempi, semplicemente sorse un gigantesco cantiere.
E iniziò a girare insistentemente la parola RIQUALIFICAZIONE.
Le signore anziane che bevevano il caffè con le amiche al bar tra una spesa e l’altra, cominciarono a fare discorsi preoccupati, pieni di timore che qualcosa cambiasse, che il quartiere perdesse il suo odore di piccolo paese.
Il sorgere dei cantieri fu accompagnato dai lavori per la costruzione di due nuove linee di autobus, un hotel e due nuovi locali.
Poi arrivò il 2015 e gli spazi espositivi videro la luce. Finalmente si potevano vedere l’architettura di Rem Khoolas e il famoso bar di Wes Anderson. Il quartiere si apriva a nuovi argomenti che fino a quel momento non erano stati presi in considerazione nemmeno lontanamente: arte contemporanea, architettura, cinema d’autore.
Osservavo dal mio balcone con molta attenzione il cambiamento della tipologia di persone che passava sotto casa: non più soltanto persone in pensione che andavano al bar o a fare la spesa, ma anche giovani, artisti o studenti, che connotavano i marciapiedi di un ritmo nuovo e fresco: da passi lenti e tranquilli ai passi brevi e rapidi e alle prime biciclette scatto fisso.

L’età media del mio condominio iniziò ad abbassarsi radicalmente. Gli appartamenti vuoti vennero presi in affitto da ragazzi dell’età che avevo io 12 anni prima.
Non serviva più fare il giro dei vicini per presentarsi, perché non era più necessario farlo. Le persone anziane che vivevano nel palazzo non fecero più caso a chi gli abitava di fianco: era in atto un cambio generazionale. Da un quartiere di pensionati si procedeva verso un quartiere di studenti, perché con il museo la zona era diventata interessante, viva.
Imparai che l’evoluzione è inevitabile, anche quando avviene tramite una riqualificazione.
Quando mi affaccio adesso dal balcone, ciò che vedo è l’incontro tra queste due generazioni, giovani ragazzi che discutono con termini inglesi e uomini dai capelli bianchi con il loro giornale rosa in mano che si arrabbiano con gli allenatori di calcio.
La cosa più bella di tutto ciò è che quello che mi aveva fatto innamorare di questo quartiere è rimasto: la tranquillità.
La tranquillità del piccolo supermercato che dona ancora alle persone anziane tutta la sua attenzione, perché i giovani possono arrivare alla cassa senza nessun aiuto; la tranquillità dei bar che cambiano pure gestione e clientela, ma alla fine l’importante è bere il caffè prima di iniziare la giornata.
E poi la mia magnolia, ancora lì, che svetta nel condominio. Tutto attorno a lei è mutato: è stato aggiunto un piano, il rumore generale del cortile non è più quello delle televisioni, ma quello dei telefonini.
Ma lei sta li ferma ad osservare l’evoluzione del quartiere, perfettamente conscia che tutto deve cambiare per rimanere com’è.