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Eduardo Garcia: cucina politica e tradizione, contro la corruzione

05.07.2018

Dice che “la storia di un piatto, dipende dalla capacità di ascolto di chi lo mangia.” Le sue scelte, dal cilantro alla macellazione, sono eredi naturali di una tradizione secolare. Lui è Eduardo Garcia. Il suo ristorante si chiama Maximo Bistrot. Il tutto si svolge nella coloratissima, profumatissima e pericolosissima Città del Messico

La cucina è politica.

Non ci si pensa quasi mai, ma ogni singola scelta adottata per cucinare, dalla ricetta all’ingrediente all’impiattamento, è decisamente una scelta politica.

Eduardo Garcia, cuoco coraggioso, è un simbolo della cucina politica.

Sin dal suo esordio.

Siamo a Città del Messico; città dalla classe politica parecchio corrotta e parecchio collusa con poteri forti vicini a cartelli di bianco-coca ri-vestiti. Gente che non scherza. Gente che taglia teste nel vero senso della parola. Gente che uccide per poco, o anche per niente.

Succede che Eduardo Garcia abbia appena aperto il suo ristorante, Maximo, e che una sera si presenti alla porta, pretendendo un tavolo per cena, senza avere prenotato, la figlia di un influente politico. Eduardo “rimbalza” la “figlia prepotente”, senza tanti problemi. Davide contro Golia, versione messicana. Con possibili conseguenze mortali dietro l’angolo. La figlia fa chiudere il ristorante, approfittando della forza di papà. Ma non finisce qui. La storia fa il giro del mondo. In parecchi si prendono a cuore la situazione. E la fine è decisamente inaspettata: il politico perde il suo posto e il suo potere, l’arrogante figlia viene irrisa sui social, Garcia diventa eroe nazionale, e Maximo riapre i battenti.

Non è forse cucina politica, questa?
Così come, per Eduardo Garcia, è cucina politica andare a fare la spesa al mercato, sapendo bene cosa e dove scegliere, dalle varie bancarelle. C’è cilantro e cilantro, per esempio, ama dire. C’è il cilantro bello da vedere. E c’è quello creolo, che non è bello da vedere, non è perfetto, ma è il più buono in assoluto. Il cibo per il cuoco Garcia è cultura, storia, economia e politica, tutt’assieme. Tutto è collegato, per Garcia, quando si parla di cibo, alimenti e cucina.
Migrante, Eduardo Garcia, ha lasciato la sua famiglia, e suo figlio, Maximo (da cui il nome del suo ristorante) negli Stati Uniti, paese dal quale lui, invece, è stato definitivamente deportato. Tornato in Messico, Eduardo ha ricominciato, da zero.

Aveva solo, e non era poco, una grandissima capacità in cucina. Zero fronzoli. Zero estetica. Zero bullshit. Verità e consistenza. Essenza. Qualità. Sapore. Così Eduardo ha preso con sé una “masnada” di messicani molto poveri, e li ha trasformati nella sua fedele e combattiva brigata.
Maximo Bistrot nasce così: dal basso. E oggi ha raggiunto il vertice.
Il segreto?
Semplice, apparentemente.
“Io so esattamente da dove arriva ogni singolo ingrediente che uso nella mia cucina. So chi l’ha fatto crescere nel verde, conosco chi gli ha dato da mangiare e cosa gli ha dato, visito spesso i locali dove viene macellato quello che poi io servo come cibo al cliente. A mio modo, porto avanti con estremo rispetto una “tradizione culinaria”. Non seguo cose come la cucina organica o sostenibile. Non sono uno che segue “le mode”. Io seguo una filosofia di vita, e quindi di cucina, che arriva da un tempo molto lontano. E so che quando seguo quel tipo di filosofia, mi sento una persona migliore. E tutto, intorno a me, funziona a meraviglia”