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#DRESSCODE – Quanto le tute diventano arcobaleni

05.04.2018 | By Marco Mazzoni

Non sono un pittore, non lo sono mai stato: ho sempre preferito le matite ai pennelli.

Durante gli anni dell’accademia tuttavia, per poco più di un paio di anni ho lavorato come assistente per un poco noto artista milanese, che aveva lo studio in Via Meda. Precisazione: il mio compito in qualità di assistente comportava dipingere da cima a fondo quadri che poi, ad opera completa, questo pittore firmava.

Quindi posso dire di aver dipinto per un breve periodo della mia vita, con tutto quello che ciò comporta, materiale, odori, dress code che ogni pittore rispetta quando deve lavorare nel proprio studio.

Il vestiario tipico del pittore consiste in: maglione infeltrito vecchio di almeno sei anni, pantaloni della tuta resi rigidi dagli innumerevoli lavaggi e che potevano essere piegati solo con l’uso della forza e sneakers delle superiori con la suola attaccata con lo scotch.
Facendo l’assistente per questo pittore scoprii il mondo sotterraneo degli aiutanti in studio: più o meno quindici anni fa per gli artisti era abbastanza di moda fare bottega, cioè assumere giovani che aspiravano a diventare artisti e fargli fare tutto il lavoro “sporco”, cioè il lavoro pratico, quello che non si vede al primo sguardo: pulitura dei pennelli e di tutto il materiale, stesure di finali lucidi, riordino del magazzino.

Questo lavoro era di fatto molto lontano dall’incontro con i collezionisti, i galleristi e i critici d’arte. Perché lo studio era sì il palcoscenico dove l’artista doveva esibire il proprio mondo intellettuale, ma dietro le quinte c’era un lavorio nascosto di natura ben più pratica.

Mi è capitato di cominciare a frequentare il mondo degli assistenti perché tutti quanti ci incontravamo puntualmente alle inaugurazioni ed eravamo felici di autocommiserarci raccontandoci aneddoti su come le nostre speranze fossero finite in un barattolo che non perdeva mai il forte odore di acquaragia.

E tutti dentro a quegli studi ci vestivamo esattamente allo stesso modo, perché eravamo quelli che non venivano mai notati e che, se non eravamo abbastanza sporchi, significava che non avevamo lavorato.

Perché la pittura è anche sporcizia e odori forti. La bellezza di un quadro infatti nasconde la chimica dei diluenti, l’unto degli olii, i chiodi piantati male sul telaio, è vasetti pieni di solventi, rulli intrisi di vernice che vanno puliti almeno due volte al giorno.
Noi costituivamo la parte astratta dell’artista, si era a tacita conoscenza della nostra presenza, ma non si doveva sapere in maniera precisa quale fosse il modo in cui intervenivamo per rendere più facile la vita del pittore.
E allora il dress code era obbligatorio, perché era il dress code di chi doveva quasi muoversi nell’ombra ed essere rapido nello svolgere le proprie mansioni. Le tute diventavano degli arcobaleni dal rosa al giallo, le scarpe erano piene di macchie e i maglioni, mappe geografiche in cui ogni alone era un racconto a sè.

Una delle poche promesse che mantenni nei confronti di me stesso fu quella di non tornare mai più a fare il lavoro di assistente: avere a che fare con i pittori non è mai facile e gli studi molte volte sono seminterrati in cui gli odori dei diluenti stagnano. Però tengo ancora in un punto oscuro dell’armadio le tute che mi hanno accompagnato in questa esperienza, perché provo affetto per quegli oggetti: sono stati il dress code della mia gavetta.