Points of view

#CONTEMPORARY – Essere contemporaneo essendo reazionario. A Milano si può

27.02.2018 | By Marco Mazzoni

Parto da un assunto che ha del paradossale: oggi e soltanto oggi puoi essere contemporaneo essendo reazionario.
Milano è la città perfetta per notare questa strana dicotomia. Perché Milano assorbe tutto e nella sua contemporaneità metropolitana accoglie anche spazi per mostre d’arte ed eventi particolarmente di nicchia, particolarmente tradizionalisti.
Per esempio, puoi entrare in un museo come la Triennale e vedere il design più fresco e attuale sposarsi con la tradizionale stampa grafica che riprende il mestiere antico, con tutto il suo armamentario vintage e di artigianato.

E tutto l’insieme funziona, tutto l’insieme crea una particolare armonia tra la nicchie e il pop: perché questo in fondo è il contemporaneo.
Sono passati ormai nove anni dalla mia prima mostra all’estero e nove anni sono un eternità in ambito artistico, perché in quasi una decade si passa, per definizione, dall’essere artisti emergenti all’essere artisti affermati a tutti gli effetti.
In questi nove anni ho conosciuto moltissimi colleghi: con alcuni di loro mi sono trovato a mio agio anche dal punto di vista umano, con altri ho avuto sicuramente problemi a relazionarmi, ma in fondo ho sempre idenfificato in tutti loro, me compreso, una sorta di narrazione comune.
Mi spiego meglio.

L’artista è tale nel momento in cui riesce a portare all’interno dell’opera la propria esperienza, ovvero tutto ciò che ha vissuto e che vive, tutto ciò che ha osservato e osserva. L’insieme di dati che raccoglie nel quotidiano è quindi sia il materiale essenziale da rielaborare in un codice differente sia la più profonda motivazione per creare, in generale.
A livello generazionale questo significava, sino ad oggi ,che nel bene o nel male un artista della mia stessa età doveva necessariamente aver rielaborato, anche se in maniera differente per ciascuno, le stesse esperienze globali: chi è occidentale e ha vissuto l’adolescenza negli anni novanta ha conosciuto gli stessi oggetti, ha vissuto più o meno gli stessi culti, ascoltato la stessa musica e guardato le stesse trasmissioni televisive.

Tutto ciò costituiva una specie di linea comune, una specie di filo rosso che univa gli artisti a livello collettivo a seconda dell’età anagrafica.
Riassumendo, nove anni fa mi sono ritrovato a condividere mostre con artisti che avevano vissuto, pure in maniera totalmente differente, le mie stesse esperienze anche se venivano da mondi a me lontani.
Il boom dei fumetti, la dissoluzione del concetto di confine, la libertà di unire il basso con l’alto, erano (e sono) relativamente presenti in ogni opera creata da un artista di età compresa tra i 30 e i 38 anni, sempre.

Anche se quando muovevo i primi passi in questo mondo non me ne rendevo conto, oggi che è passato qualche anno questa comunione di racconto è più evidente.
La verità dei fatti però è che nel contemporaneo non è più così.
Perché il filo comune non esiste più se non a grandi linee: un adolescente, un giovane, vive il mondo in maniera generalmente più sfocata senza punti di riferimento fissi. Qualsiasi cosa possa interessare oggi non è suggerita dalla televisione o dalle edicole, ma da una ricerca solitaria.
La nicchia non è più tale perché ogni nicchia oggi ha il potenziale per diventare un fenomeno globale. Qualsiasi interesse non è più imposto (teoricamente), ma è totalmente dettato da stimoli personali.
Ci si può interessare a qualsiasi cosa e trovare un mondo che risponde a ogni tua curiosità.
Questo cambia le carte in tavola perché crescendo, le esperienze, le passioni, sono solo tue, determinate esclusivamente da cosa ritieni di volta in volta più degno di essere approfondito, rendendo così tutto unico a suo modo.
Tutto è condivisibile e a portata di mano, e questo assicura un pubblico ad ogni peculiarità.

Puoi riprendere in mano il passato e farlo tuo senza sentirti diverso, senza sentirti isolato. Puoi essere reazionario perché tanto troverai comunque un sottobosco di persone reazionarie come te che ti faranno sentire contemporaneo, ti faranno sentire parte di qualcosa di più grande e che esiste. Vivere oggi il contemporaneo significa vivere in un mondo fluido dove il tempo non ha più senso, dove non esiste più il conflitto con il passato, ma importa solo quello che succede oggi e basta.
Sarà interessante vedere cosa faranno gli artisti emergenti tra cinque anni perché a loro volta saranno una generazione ricca di differenze, senza una base comune, dove la libertà sarà l’unico culto possibile.
Ho sempre pensato che è proprio questo a rendere Milano contemporanea: le sue mille sfaccettature, il fatto che se cerchi qualcosa (per quanto formalmente introvabile) lo trovi.

Dal 2014, ad esempio, un imprenditore temerario ha riaperto una cartoleria storica vicino a casa mia, mantenendone inalterate le pareti, le insegne e la mobilia originale del 1909. Il negozio ha ripreso i progetti della cartoleria come se fosse stato chiuso ieri, come se non fossero trascorsi invece più di cento anni.
Lì si possono ancora stampare i listini prezzi e le carte intestate con una macchina a pedalina di fine ottocento, e si possono comprare vecchie matite, gomme, oltre ai taccuini, ai pennini e ai timbri.
Proprio quest’anno, giusto per non farsi mancare niente, il nuovo proprietario ha deciso di allargarsi per riportare in auge la pratica della tipografia artigianale attraverso mostre e corsi in uno spazio attiguo esclusivamente dedicato all’editoria tradizionale e alle tirature limitate fatte a mano.
A qualche centinaio di metri di distanza, questo piccolo negozio fuori dal tempo convive tranquillamente con uno dei musei di arte più all’avanguardia d’Italia. Camminando per cinque minuti si può passare dalle architetture avveniristiche alla vecchia Milano.
Ma non bisogna pensare che una cosa sia più “sul pezzo” dell’altra, perché entrambe esistono adesso: perfino il gesto più reazionario, per il fatto che c’è qui ed ora, è contemporaneo.