Points of view

#CLUB – Plastic & Plastic

07.02.2018 | By Marco Mazzoni

Quando si parla di Milano, di arte contemporanea e di club, il primo locale che viene in mente (almeno a me) è il Plastic.
Il Plastic nacque nel 1980 e divenne in breve tempo locale icona per le nottate milanesi, unico nella città che vantasse frequentazioni artistiche quali Andy Warhol e Keith Haring, o musicisti del calibro di Freddie Mercury, Prince e Grace Jones. Ma soprattutto fu il primo locale in cui la serata vera e propria iniziava solo dopo le 23.

La vera particolarità del Plastic tuttavia è che ad oggi rimane uno dei pochi locali che restano vivi e vividi nei ricordi delle persone che li frequentavano.

E ogni ricordo è perfettamente diverso dall’altro.

Quasi tutto ciò che so sul Plastic lo devo a Paolo, un amico giornalista, il quale mi ha raccontato spesso vari aneddoti ambientati nel locale, soffermandosi di volta in volta su dettagli differenti. Malgrado fosse un locale in cui l’apparenza era certamente un requisito sostanziale, nel momento in cui ci si gettava in pista a ballare, a prevalere erano soltanto spontaneità e gioia, oscurando in men che non si dica il look sofisticato con cui ci si era presentati all’ingresso.

Da ciò deriva un’altra peculiarità di questo storico locale: l’assenza di un vero e proprio dress code. Era chi stava all’entrata a decidere, di volta in volta, quale fosse l’abbigliamento più adatto alla serata e a selezionare di conseguenza i personaggi più cool. Questo rendeva impossibile prepararsi a priori seguendo regole di abbigliamento che avrebbero assicurato a chicchessia l’agognato ingresso.
Anche il comportamento all’interno del locale non risentiva di norme non scritte ma certamente vigenti. Ciascuno poteva seguire la propria naturale indole senza doversi necessariamente atteggiare ad anima della festa: era bensì libero di stare in disparte e fruire da osservatore della variopinta vitalità altrui.
Il locale si trovava in una zona estremamente particolare di Milano, in viale Umbria, tra palazzi anni cinquanta, e parco Marinai D’Italia. Il marciapiede su cui dava l’ingresso del Plastic, costituiva una metaforica linea di demarcazione tra l’avanguardia e la gioia che caratterizzavano l’interno del locale e la violenza che invece perpetrava al suo esterno, per la strada.

Dentro c’erano vita, condivisione e divertimento, mentre fuori, delinquenti di ogni sorta, spacciatori, risse frequenti.
L macchine rallentavano davanti alla folla che stava fuori dal locale: poteva accadere di tutto.
La vera bellezza del Plastic sta però nel racconto personale che suscita in chi lo ricorda: per quanto si parli del locale per il suo carattere unico e d’avanguardia, la verità dei fatti è che ognuno ne custodisce un ricordo preciso che descrive le proprie intime esperienze e sensazioni a riguardo.
“…Io ho un flash mentre ho in mano un bicchiere trasparente di gin tonic ma pieno delle luci al neon del bar e vicino a me arriva una ragazza vestita con un solo telo di plastica, come Darryl Hanna in Blade Runner! Non c’era bisogno di aggiungere i sottotitoli…” mi raccontò una volta il mio amico Paolo.
Dei flash, appunto, delle istantanee che sono capaci di racchiudere in sé un universo intero, e che, attraverso poche immagini, riescono a lasciare un odore che chi ha meno di quaranta anni può solo immaginare di sentire, e che certamente non può trovare su internet.