Back & Forth

Jean Michel Basquiat & No Curves

13.09.2017

Ci sono artisti che hanno inventato dei linguaggi. Spesso, i loro nuovi alfabeti, sono stati partoriti, nel corso del tempo, nelle viscere emozionali delle metropoli. I loro strumenti e le loro opere hanno preceduto espressivamente ciò che ancora il resto della popolazione non aveva ancora avvertito. Questi artisti, hanno prima di tutto intuito, recepito, capito. E poi espresso.
In forma nuova.

Jean Michel Basquiat

Jean Michel Basquiat nasce a Brooklyn, New York City nel dicembre del 1960.
E a Brooklyn, dal 1988, Jean Michel Basquiat riposa, nel cimitero di Green-Wood,
dopo una vita che lo ha portato dai sobborghi metropolitani della grande mela alle più importanti gallerie d’arte di NYC. J.M. Basquiat è stato l’inventore di un nuovo alfabeto urbano, che andava ben oltre il graffitismo, di cui è ritenuto uno dei principali esponenti.
Jean Michel è riuscito, nelle sue opere, a miscelare, come un deejay d’antan, diversi gradi di diverse culture. La cultura afroamericana, con chiari riferimenti scritti ai suoi esponenti più importanti: Cassius Clay, Sugar Ray Robinson, John Coltrane, Charlie Parker, Dizzie Gillespie. I grandi maestri della pittura: vedere la sua versione della Gioconda, per iniziare. La sua costante ricerca di termini-parole-definizioni-neologismi da aggiungere ai suoi quadri, a completare una còlta girandola di informazioni su tela. L’accento delle parole “cancellate”,
a metterle in evidenza, perché, come amava ripetere: “la gente si interessa di più alle parole cancellate”. Un’operazione artistica, questa del suo “worldplay”, che lo caratterizza sin dalle prime mosse, quando era s-conosciuto come SAMO, e le sue frasi lasciavano segni sui muri sporchi di una New York che fu. Ci sarebbero tante cose da dire ancora di JMB. Un ottimo esercizio per capire la sua figura, così complessa, potrebbe essere questo: chiedere il costo di un suo dipinto in una galleria a SoHo, e poi andare a vedere di persona la sua lapide. In questi due violenti parametri, esposti entrambi nella grande mela, c’è tutto Basquiat.

No Curves

Assenza di curve: la regola, precisa, da rispettare, con cui lavorare, di questo artista a nome No Curves. Dato il paletto progettuale, resta da costruire l’opera. Ogni singola volta. Con ogni singolo gesto. E allora, ecco l’alfabeto che si fa strumento, prendendo dalla produzione industriale, a disposizione di tutte le tasche, e tutte le teste. Nastro. Adesivo. Simple as That. La superficie a disposizione può essere qualunque: plexiglass, muro, sottomarino. Doesn’t matter, at all. Il nastro adesivo si trasforma in seconda pelle, ridefinendo, ridisegnando, rielaborando. Astrazione, Ispirazione, Rappresentazione, Realizzazione, Azione:
Nastro, Linea, Colore, Taglio, 45°, Angolo. Tutto si svolge. Tutto aderisce.
Tutto scatta, e riparte. I rimandi del lavoro di No Curves possono essere infiniti.
Dipende dagli occhi di chi guarda. Il taglio di Fontana. Il lampo di Bowie in Aladdin Sane. L’uso del nastro adesivo di Marti Guixè nel suo Football Tape. Le linee del progetto firmato BIG-Topotek 1-Superflex a Copenhagen, Superkilen.
No Curves trova un nuovo linguaggio, cosa rara e preziosa, e lo padroneggia, per comunicare in maniera secca, diretta, senza fronzoli o grassi aggiunti.
A questo tempo.
Al suo ritmo.
Superando i limiti.