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Boston – Fenway Park

04.09.2017

Quando si arriva a Boston, non si può farne a meno. È un “must”, una febbre, un dovere. Bisogna visitare, assolutamente, la casa dei Boston Red Sox: Fenway Park, conosciuto anche come The Cathedral o America’s Most Beloved Ballpark. In pratica, stiamo parlando dello stadio che, dal 1912, ospita le partite casalinghe della squadra di baseball dai Calzini Rossi.

Qui non c’entra essere supertifosi o grandi appassionati di baseball; questo è uno di quei luoghi che nel tempo è diventato “architettura sacra”, grazie a episodi, aneddoti, leggende. Qui c’è una sola sedia rossa, The Lone Red Seat, a segnalare il punto del più lungo fuori campo. Qui domina il tutto una singolare tonalità di verde, che, al sole del tramonto, regala indelebili riflessi. Qui il tabellone segnapunti viene ancora azionato manualmente da 3 addetti ai lavori. Qui, tanto per non far nomi, ha giocato Babe Ruth.
Obbligo, dunque, assistere a una partita dei Red Sox, una volta a Boston.

La visita al Fenway inizia con l’acquisto del biglietto e la scelta del posto, presso la biglietteria ufficiale adiacente lo stadio, godendosi le foto appese ai muri, e decidendo dove sedersi per guardare il match. Una volta che il biglietto è in tasca, è shopping-tour-time, passeggiando e acquistando, in modalità random, nei vari negozi di merchandising che delimitano il perimetro del Fenway Park. Dalla t-shirt ai calzini rossi, passando per mazze firmate o imperdibili cappellini con la “B” bene in vista.
Poi si entra. E ci si emoziona, come bimbi. Potrebbero esserci, nell’ordine: un rodeo, una sfilata di moda, un concerto di musica country o la visita del Papa. Non sarebbero motivi validi per pagare il biglietto. Il biglietto lo si paga per avere la pelle d’oca. Quella che si prova appena si varca la soglia d’ingresso, e ci si immerge totalmente nel caratteristico “Verde Fenway”.
Si cerca il proprio settore e si individua il proprio posto e sedere.
Ci si accomoda e ci si gode la vista: storia e contemporaneità si fondono, all’unisono, regalando attimi di completezza e gioia.

L’ingresso delle squadre: la magìa che avvolge tutto il pubblico presente. Un fremito.
L’inizio delle ostilità: il rumore della mazza che incontra e scontra la palla.
Il diamante. Il monte del lanciatore. Battere. Ricevere. I segni dell’arbitro.
Commenti dei paganti. Mormorii. Innings.
L’emozione brucia calorie, e mette fame. Languorino, e sete.
Così, mentre il sole tramonta, e la partita prosegue, ci si gode la pienezza dei gusti di una birra fresca e di un hot-dog fatto come si deve, con relish “on top”, a sublimare il tutto.
I colori del Fenway diventano un colore solo, mentre la sera prende il sopravvento:
è il colore della meraviglia, di quando una storica struttura datata 1912 sposa una partita di baseball, illuminandosi dei riflessi del cielo che lambiscono il “Green Monster*”, e riuscendo a fare di stadio, giocatori e pubblico una sol cosa.
Questo è il segreto del Fenway Park.
E questa, in fondo, è Boston.